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Concorso
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EDITORIALE
Lorenzo Fontana
Le Moschee in terra cruda della Nigeria vengono ricostruite ogni anno,
dopo le grandi piogge. Ogni anno si rifà l’intonaco, se ne
ingrandisce un pezzo, o se ne demolisce qualche parte fatiscente.
In India, i grandi templi di legno vengono continuamente ridipinti e rinnovati,
per poi essere ricostruiti daccapo quando sono troppo vecchi.
In America le case sono progettate per durare 30 anni, poi si demoliscono,
e al loro posto si costruisce qualcosa d’altro.
Ovunque si ricostruisce dopo un bombardamento, un terremoto, un’inondazione.
Persino nei centri storici Europei, apparente emblema della permanenza,
sono visibili ovunque i segni di ricostruzioni, demolizioni soprelevazioni
e modificazioni. L’architettura non è mai ferma. Respira,
si muove, si adatta, vive e muore. La materia, quindi, non rimane invariata.
Ma esiste qualcosa, nell’architettura, che permane nel tempo?
Probabilmente si: qualcuno si è inventato la favola dello spirito
del tempo, facendoci credere che l’architettura debba incarnare
la propria epoca. Niente di più falso, chi lo sostiene ci sta imbrogliando:
le migliori architetture esistenti dimostrano esattamente il contrario,
ossia trascendono le contingenze tipiche del proprio tempo per assumere
quel carattere di assolutezza che le rende sublimi.
Questo permane: è lo spirito dell’architettura. Eterno, ed
eternamente giovane. Si lascia costruire e ricostruire di continuo, per
lui è solo un cambio d’abito.
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Berlino, città in (ri)costruzione
Nicola Canessa
Berlino appare come un cantiere aperto in continua evoluzione, sorto dalle
macerie del crollo del muro (1989) e tuttora in crescita costante, sul
quale si è totalmente ricreato il volto della città.
Dopo la guerra, le macerie e la desolazione hanno regnato incontrastate
nonostante i tanti piani di recupero ipotizzati (tra cui anche quello
di Le Corbusier, che avrebbe creato una città fra le tante e non
la Berlino varia che oggi troviamo); parte di quella città divisa
dal Muro era talmente devastata ed entrambe le sponde talmente militarizzate
da non far leggere quel territorio come una città, ma più
come una serie di non-luoghi separati da ammassi di grandi palazzi residenziali
(il film "Il cielo sopra Berlino" rende chiara questa condizione).
Con la caduta del Muro finalmente si è resa possibile la (ri)costruzione
della città nel suo insieme, anche con interferenze tra i vari
tessuti urbani, creando così un amalgama sociale prima che urbana.
Oggi i simboli della ricostruzione sono sparsi per la città lungo
i sistemi di collegamento veloce delle metropolitane, infatti le uscite
concentrano intorno ad esse le nuove attività e le principali aree
da recuperare o già riqualificate.
Certamente l'area più particolare è quella di Potsdamer
Platz, il nuovo quartiere che negli anni '90 è stato riprogettato
dalle grandi firme dell'architettura, creando più un meraviglioso
luna-park che un pezzo di città, questo angolo di Berlino ricorda
molte città degli ultimi del '900ed è forse riconducibile
mnemonicamente a Berlino solo per la grande piazza coperta che infatti
risulta simbolo del quartiere.
L'area del Reichtag e delle ambasciate è leggibile come un nuovo
incontro tra popoli di una Berlino multietnica, ma non solo, infatti tutta
la città si potrebbe considerare una grande enciclopedia dell'architettura,
che contiene almeno un'opera dei principali architetti della scena contemporanea,
di quelli del periodo moderno, in più risulta ancora leggibile
la stratificazione urbanistica,in certe aree, provocate dallo zoning,
come se non bastasse pur non avendo una architettura archeologica questa
città ha "importato" (per non dire saccheggiato) la storia
portandola direttamente dentro i suoi musei.
La città continua a modificarsi quasi a voler fornire qualcosa
che sia adatto a tutti dal ricordo con il Museo Giudaico e il futuro Giardino
dell'Eccidio, alla cultura con gli ampliamenti della Biblioteca Nazionale
situata sull'Unter den Linden, al lavoro con il Sony Center e DG-Bank,
agli aspetti residenziali con tra i tanti il quartiere di Aldo Rossi e
le case di Wober, ma anche dello shopping con Lafayette.
Berlino forse è davvero una città globalizzata, nel senso
che rispecchia il mondo su se stessa.
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UN’ISOLA A MILANO
Giulia Carravieri
Non è uno scherzo, esiste davvero una zona di Milano che si chiama
l’Isola; il nome è dovuto alla sua precisa morfologia: storicamente
è sempre stata separata dal resto della città dai binari
ferroviari, dai gangli delle stazioni Centrale e Garibaldi, da un antico
cimitero oggi scomparso e da una corona di aree industriali abbandonate.
Fin dai primordi dello sviluppo industriale milanese, questo quartiere
di fabbriche e capannoni ferroviari è sempre stato abitato e frequentato
da una popolazione operaia ora in via di estinzione. Questa carattere
ha dato una forte impronta all’aspetto del quartiere, infatti qui
sorgevano la sede storica del PCI, numerose associazioni di zona e le
tradizionali case a ballatoio che sono in molti casi ancora visibili,
spesso vicinissime a grandi stabilimenti come le fabbriche della Brown
Boveri e dell’Ansaldo.
Agli operai si erano poi aggiunti gli artigiani, le cui botteghe erano
e sono presenti in numero più elevato che nel resto di Milano;
negli ultimi anni sono arrivati anche i giovani e gli stranieri attratti
dai prezzi degli alloggi meno elevati che in centro.
Gli stessi motivi per cui è stata scelta come area di grandi investimenti,
l’hanno fatta eleggere anche dalle piccole imprese e dai privati
come sede di insediamento. Ricchezza di infrastrutture, presenza del verde,
centralità e il fatto di non essere attraversata dalle grandi arterie
di traffico ma di essere a queste facilmente collegata hanno facilitato
l’apertura di studi di grafica e di architettura, piccole imprese,
ristoranti caratteristici,negozi biologici, centri sociali, bar e ritrovi
serali.
Ma quella che fino a poco tempo fa era considerata come l’area
dimessa più estesa e più centrale d’Europa, è
ora oggetto di una complessa strategia di riordino che vede impegnati
architetti di fama internazionale, società straniere e grandi capitali.
Il masterplan è stato redatto da Caesar Pelli per conto della ditta
americana Himes proprietaria delle aree; l’architetto, reduce dalle
sperimentazioni in altezza a Kuala Lumpur ha previsto un edificio la cui
antenna supera la quota del Pirellone. Rifacendosi alle linee guida tracciate
dall’arch. Pierluigi Nicolin più di dieci anni fa, Pelli
relega nel sottosuolo tutte le attrezzature di servizio (ferrovia, parcheggi
e vie di traffico) e costruisce un’enorme piattaforma soprelevata
alla fine di corso Como. Questa struttura ospiterà un parco, un
percorso pedonale, uno spazio per manifestazioni all’aperto, una
via per lo shopping, una piazza con caffè e punti di ritrovo. Una
volta fissate le linee guida a scala territoriale, il progetto si divide
in tre grossi ambiti che verranno assegnati con tre procedure di concorso:
“la città della moda, del design e della comunicazione”,
il polo direzionale e un grande polmone verde.
Quello che lascia perplessi non è tanto la dimensione
dell’intervento ma la mentalità del creatore delle Petronas
Tower che afferma di amare Milano per la sua affinità con la logica
americana: una città che non guarda al passato. Ma visto che questa
non è l’America e noi un patrimonio storico lo abbiamo, è
bene tenerne conto, come ha fatto il gruppo olandese vincitore del concorso
per i “Giardini di Porta Nuova”. La squadra, presieduta da
Mathias Lehner (di cui fanno parte Petra Blaisse, Michael Maltzan, Mirko
Zardini, Irma Boom, Piet Oudolf e Rob Kuster) ha infatti deciso di includere
nel perimetro del progetto anche la “stecca degli artisti”,
un ex fabbricato industriale che le prime proposte prevedevano di radere
al suolo e che le associazioni locali hanno sempre cercato di salvare
in tutti i modi.
Il progetto degli “Inside-Outside” è stato scelto dalla
giuria presieduta da Stefano Boeri per la proposta innovativa: una “Biblioteca
degli alberi” ovvero un orto botanico moderno, in mezzo alla città,
che unisca in un solo luogo verde e servizi. L’ammontare dell’intervento
è di 20 milioni di euro, ricavati dai costi di urbanizzazione della
vicina “città della moda”, che forse verrà progettata
dallo stesso Caesar Pelli.
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Magazzini del Design
di Nicola Canessa
Si è tenuta a Genova il 4 giugno la posa della prima pietra del
progetto "Magazzini del Design", un nuovo edificio museale,
ma non solo, sull'arco del Porto Antico.
Questo nuovo polo del Design metterà a disposizione degli utenti:
sale espositive per mostre importate e create in loco (gli organizzatori
pensano infatti di produrre 4 eventi all'anno da esportare in altre strutture
italiane ed internazionali), un food-design bar, un book-shop, una serie
di aule in cui poter svolgere workshop con docenti e designer di tutto
il mondo, ma sopratutto un grande magazzino nel quale sarà possibile
comprare i principali pezzi di design delle mostre presentate nelle sale
espositive e quelli prototipati nei workshop.
Nel comitato scientifico ritroviamo nomi di prestigio come Renzo Piano,
Vico Magistretti, Gillo Dorfles, Alberto Seassaro, Vanni Pasca.
Per questa occasione Magistretti ha disegnato una grande
freccia di dodici metri che indica il luogo della futura costruzione,
questo simbolo resterà a Genova fino a fine anno, data presumibile
dell'inizio lavori.
Un concept del progetto del futuro magazzino è stato schizzato
da Piano, anche se già il progetto esiste ed è stato progettato
dal giovane gruppo genovese dei GAP, i due progetti sono molto diversi
tra loro il primo ricorda maggiormente un container che meglio si lega
all'idea di magazzino, il secondo è una scatola vetrata aperta
sulla città, ad oggi sapere chi avrà la meglio è
difficile da dire.
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Luoghi di culto, punti singolari
per il recupero urbano e sociale
di Nicola Canessa
Le grandi periferie sono tutte uguali... un luogo comune purtroppo vero
almeno in parte.
Da anni si lavora sui centri storici delle città per renderle più
appetibili al turismo, mentre le vaste e disorganizzate aree della periferia
sono lasciate allo sbando, spesso senza servizi.
Oggi a più di 40 anni dalla loro creazione questi quartieri non
possono essere rasi al suolo, sarebbe impensabile un'operazione di questo
genere su ampia scala, ma bisogna comunque trovare un modo per (ri)costruire
questi non-luoghi. E' possibile trasformare questi pezzi di città
attraverso dei punti singolari?
Con punti singolari si intendono tutti quegli elementi architettonici
e non che lavorano come fulcri attrattivi, potremmo dire come magneti,
intorno ai quali si sviluppano una serie di forze consce o inconsce della
propria generazione. Ad esempio le Università di Architettura di
Genova e Roma3 possono considerarsi dei punti singolari perché
intorno ad esse hanno sprigionato una serie di forze che hanno cominciato
a riqualificare il quartiere loro circostante, ma questi due complessi
sono localizzati in aree molto più semplici rispetto alle grandi
periferie.
Punti singolari possono essere quindi delle bandierine ben localizzabili
sul territorio, ma di certo non tutte queste funzionano adeguatamente,
luoghi religiosi (chiese, moschee, ecc...), università, strutture
pubbliche e private rivolte alla cittadinanza, anche centri sportivi di
medie dimensioni possono essere dei buoni fulcri, mentre quelle isole
nel deserto che sono i grandi multisala o i centri commerciali, restano
tali perché non hanno la capacità di trattenere, ma solo
quella di gestire un flusso che si esaurisce in loro stessi, mentre negli
altri casi l'indotto dei flussi si propaga anche all'esterno riqualificando
il loro introno.
analizziamo ora come luogo singolare due chiese molto diverse tra loro
come localizzazione territoriale e temporale, sono la Chiesa di "S.Giulio"
a Barlassina (MI) e quella di " DioPadreMisericordoso" di Roma.
La prima è una Chiesa in realtà medievale, di un borgo
medievale che si è però trovato quasi inglobato nelle propaggini
della periferia milanese; i suoi pendolari prendono la Ferrovia Nord di
Milano che attraversano buona parte dell'amalgama di centri più
o meno periferizzati posti a nord di Milano.
Il Centro di Barlassina è molto singolare tanto da non farlo leggere
come periferia a meno che non lo si veda da una ripresa satellitare, che
evidenzia il suo aspetto di isola ai bordi (in qualche modo ormai tutto
il paese potrebbe considerarsi un punto singolare, bisognerebbe capire
quanti influssi è in grado di propagare nel giro dei prossimi cinquanta
anni). Questo comune dispone al suo interno due grandi punti singolari
che non tratteremo: il golf e parte del parco delle Groane, in più
anche una buona coscienza del proprio passato e il mantenimento delle
tradizioni (che molto può fare).
Il fulcro che ci interessa è la Chiesa di "S. Giulio",
non tanto per la sua struttura e il suo aspetto esteriore, che nella sua
semplicità racconta e semplifica il suo contesto (cosa comunque
non semplice, sopratutto consideriamo la serie di interventi avvenuti
intorno ad essa proprio per la sua localizzazione), ma ci occupiamo del
suo interno che ci lascia a bocca aperta, nel restauro degli anni '80
Valentino Vago ha posizionato il corpo centrale e l'abside in mezzo il
cielo, dipingendo sulle pareti della chiesa e qua e là compaiono
parti di scene bibliche e simbologie cristiane.
A quasi venti anni di distanza quello di cui si è resi conto è
che questo interno ha funzionato anche come nuovo motore di una serie
iniziative rivolte al sociale, lavorando come un punto singolare.
La Chiesa di DioPadreMisericordioso della periferia romana, progettata
da Richard Meier, invece si trova decisamente in una localizzazione più
difficile e certamente molto diversa da quella precedente (senza radici
storiche visibili, ad esempio), quindi proprio qui serviva un punto singolare,
e probabilmente anche il tipo di fulcro è quello giusto perché
è tra quelli che riescono ad agire su due livelli paralleli. Per
vedere se su quello sociale funzionerà, bisognerà aspettare
almeno dieci anni, su quello architettonico sinceramente ho molti dubbi,
infatti credo che un punto singolare funzioni quando è correlato
col suo territorio, mentre questa chiesa (per quanto affascinante) è
come i grandi centri commerciali, sembra un piccolo transatlantico ancorato
li e pronto a partire e il suo muro di recinzione ancora di più
crea questo effetto.
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ARCHIPRIX
INTERNATIONAL
Students keep architecture alive.
Francesca Derba
A tutti coloro che credono che l’espressione sia frutto di un momento
di autoesaltazione della sottoscritta, un consiglio: aprite la pubblicazione
Archiprix International a pagina due. Chi scrive infatti non è
uno studente, bensì il direttore di un’autorevole scuola
di architettura, il Netherland Architecture Institute, che invita caldamente
chi è interessato alle novità in campo architettonico a
fare un giro nella più vicina scuola di design. Perchè,
così scrive, è li che troverai le idee per dare forma alle
forze economiche e sociali che influenzano la nostra vita, gli ultimi
esperimenti sui materiali, le ricerche sulla creazione di siti che aprano
nuove possibilità e desideri . Per investire nelle nuove nelle
nuove generazioni in Olanda esiste Archiprix Foundation, un premio che
si svolge ogni anno tra le maggiori scuole di architettura del paese in
modo da promuovere il design olandese nel mondo, e da creare un dialogo
costruttivo tra le diverse scuole. Nel 2001 si cercò di dargli
una visibilità internazionale creando Archiprix International come
iniziativa all'interno di “Rotterdam Capitale Europea della Cultura
2001”. Furono invitate le scuole di architettura, urbanismo, design,
paesaggio di tutto il mondo a selezionare le loro migliori tesi di laurea
ed a inviarle al concorso, la risposta fu partecipatissima. Da allora
si organizza il premio ogni due anni: nel 2003 a Istambul, nel 2005 si
terrà a Glasgow. Ogni volta vengono selezionate le tesi migliori,
si invitano i neolaureati a partecipare ad un workshop, si tengono conferenze
ed una giuria assega i premi, il tutto in un paese diverso, cercando la
collaborazione delle istituzioni locali. Gli organizzatori, tra cui la
multinazionale Hunter Douglas che ha sostenuto economicamente l’impresa
, dicono di voler riuscire a creare un network tra gli studenti più
talentuosi, che si trovano coì a lavorare insieme e a contribuire
alla creazione di un dibattito architettonico a livello internazionale.Quello
che è certo è che il 13 e il 14 maggio alla premiazione
di Archiprix International 2003, nei Magazzini del Cotone, a Genova, si
sono visti dei progetti interessanti, davvero incentrati sulla ricerca
di nuove risposte a problemi di scala mondiale, come la crisi energetica
ad esempio, o la riutilizzazione di aree dismesse, e con un linguaggio
originale. C’è da sperare che, qualcuno dei pochi studenti,
rimasti ad assistere alla premiazione, abbia colto il messaggio dell’iniziativa
e sia stato stimolato a non scoraggiarsi davanti ai polverosi organismi
burocratici universitari nostrani, cercando di inserirsi in un discorso
al di là dei confini nazionali.
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BUONA ARCHITETTURA E PANDA
Lorenzo Fontana
I beni architettonici sono TUTELATI, come i panda. E il motivo è
esattamente lo stesso: sono in via di estinzione.
Con il termine “tutela”, generalmente viene indicato un insieme
di divieti e proscrizioni atti a museificare (= mummificare) gli oggetti
architettonici di maggior pregio.
Ma una nuova corrente si sta facendo strada, restituendo qualità
alle nostre città.
Finalmente ad essere restaurato non è più l’oggetto,
cioè la materia, ma la città, l’ambiente, il luogo.
Finalmente “restaurare” non significa più cercare di
mettere sotto vuoto un edificio, nel tentativo di arrestare il tempo.
Restaurare significa re-instaurare, ossia restituire qualcosa di perso,
riprogettare, e, se necessario, ricostruire.
Ecco, nelle immagini, qualche esempio di veri restauri, ossia dei progetti
che restituiscono urbanità, vivibilità alle nostre strade.
Per restaurare di demolisce, si ricostruisce, e soprattutto si studia.
Si studia il contesto urbanistico, quello culturale, le pre-esistenze
architettoniche e naturali, le tecniche costruttive tradizionali, le forme
tipiche. E poi si progetta. Perchè il restauro è sempre
un progetto, anche quando è squalificato dal triste appellativo
“conservativo”.
E’ solo una scelta: conservare la materia o la qualità urbana-architettonica?
Ognuno vuol sapere senza essersi dato la pena di imparare, ognuno pretende
di giudicare senza conoscere gli atti del processo, e i principi più
veri, i più utili, saranno annoverati tra i vecchiumi fuori uso,
perché un uomo di spirito li avrà volti a derisione e la
folla che ascolta è troppo felice di applaudire una critica che
eviti la fatica di imparare
E.E.Viollet-le-Duc
Per saperne di più:
- www.avoe.org
- www.krierkohl.com
- www.stefanoborselli.elios.net/scritti/krier_carta.htm
- www.nd.edu
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Gomorra numero 7: “Bologna.
La metropoli rimossa.”
di Giacomo Gallarati
Gomorra è una rivista un po’ diversa da quelle che normalmente
consultiamo noi studenti di architettura. Innanzitutto, ha poche immagini
e molto scritto. Non descrive gli edifici più significativi del
momento, e non si può neanche dire che affronti veri e propri temi
di architettura. Il suo campo di ricerca sono “Territori e culture
della metropoli contemporanea”, gli strumenti di cui si serve sono
vari, da quelli della sociologia e dell’urbanistica, a quelli dell’arte
e della filosofia. In ogni numero viene analizzato un argomento, dalle
relazioni tra progetto e politica, al fenomeno delle enclaves, all’analisi
dei problemi di una città. Ogni tema è affrontato secondo
un orientamento ideologico preciso e dichiarato: aspetto che secondo me
aumenta l’interesse di Gomorra soprattutto per noi studenti, così
bisognosi di riflettere e di consolidare le nostre convinzioni in ogni
campo, siano esse in linea o no con la rivista.
L’indagine di Gomorra parte da una domanda fondamentale: ha ancora
senso parlare di città, ossia di una comunità basata sui
concetti di identità, senso di appartenenza e futuro comune? Secondo
il direttore Massimo Ilardi si è ormai passati a una nuova fase,
quella della metropoli, dove “sono il consumo, la libertà
e il conflitto a stabilire le nuove relazioni sociali” (Editoriale
del numero 4). Il consumo deve essere considerato come stato di necessità,
cioè come una di quelle esigenze fondamentali e istintive comuni
a tutta l’umanità. La necessità di consumare porta
l’individuo a compiere ogni giorno una serie di azioni ripetitive:
all’interno di questa uniformità di comportamenti nasce “la
potenza dell’azione libera”. Ogni persona esprime la propria
individualità scegliendo liberamente come agire e come muoversi,
nella necessità del consumare; intorno a queste azioni libere prende
forma lo spazio metropolitano (Editoriale del numero 7). Secondo Gomorra,
segue un’utopia sbagliata chi si ritiene indipendente dal consumo
e lo vede solo come atto di volontà da cui ci si può astenere,
come scelta soggettiva e temporanea da cui derivano azioni che non hanno
valore reale e oggettivo.
Gli articoli del numero 7 di Gomorra criticano, appunto, i pianificatori
e gli amministratori bolognesi per il loro rifiuto a considerare il consumo
come base dello sviluppo della metropoli contemporanea: il loro errore
principale è l’adoperarsi strenuamente per la conservazione
eccessiva e la museificazione del centro storico, impedendo così
alla città di essere viva e di svilupparsi nel modo che per lei
sarebbe naturale. “Rimuovendo” quindi ogni tentativo di Bologna
di crescere come metropoli.
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PROGETTARE, RIPROGETTARE.
Arch. Alberto Boccardo
Che cosa è riprogettare nei confronti di progettare? Ri-progettare:
progettare qualche cosa che è già stato progettato, che
c’era prima. Ma che cosa è progettare, se non riprogettare?
Tra gli architetti che, in tempi recenti, hanno affrontato questo tema,
mi viene in mente Gianfranco Caniggia, per il quale progettare è
sempre stato ri-progettare: senza leggere (il tessuto, l’edilizia,
il territorio, la loro storia...) nessun progetto può avere luogo.
“Occorrerà di pari passo leggere e progettare. Soprattutto
occorrerà giungere alla progettazione dei processi quali riteniamo,
dalle strutture attualmente raggiunte, che si siano effettivamente realizzati
nel tempo: o, come usualmente la chiamiamo, riprogettazione. E’
questo lo strumento pratico per connettere il già esistente al
nostro intervento, il leggere al progettare: per garantirsi la specificità
del progetto a ciascun particolare ambito fin dalla lettura. In pratica
la riprogettazione consiste nel rendersi conto della processualità
strutturale ridisegnandone di volta in volta le fasi attraversate da un
organismo antropico.”
(G. Caniggia – G. Maffei, Il progetto nell’edilizia di base”,
Venezia 1984).
Lo sviluppo del concetto di tipo edilizio come sintesi a priori del Saverio
Muratori degli “Studi per una operante storia urbana di Venezia”
aveva portato Gianfranco Caniggia alle conoscenze avanzate del costruito
storico di città come Napoli e Firenze, a partire dall’età
classica fino ai giorni nostri.
Quali sono stati i riflessi di queste conoscenze sul suo operare di architetto?
Una risposta a queste domande la troviamo a Genova, nel quartiere di edilizia
residenziale pubblica (area “Legge 167”) di Quinto. Quel grande
progetto, di circa 500 abitazioni, è il risultato di quei postulati
teorici, ed aveva, nelle intenzioni, almeno quattro obiettivi:
- compiersi a partire dal luogo, inteso come luogo naturale e antropizzato,
e ad esso aderire;
- compiersi attraverso forme derivate dal costruito storico locale;
- tali forme dovevano in qualche modo esplicitare un ciclo processuale,
attuato per fasi successive senza soluzioni di continuità;
- lasciare aperta, fino dall’inizio, la possibilità che il
progetto potesse modificarsi nel tempo alle esigenze dei fruitori.
La conseguenza che deriva da questi presupposti è quella di un
prodotto fortemente ambientato, al limite del pittoresco, stilisticamente
poco connotato, quasi banale.
Lo si potrebbe definire a metà strada tra le esperienze legate
al neorealismo di un Ridolfi e Quaroni al Tiburtino e gli esempi di post
modernism meno etichettati e poveri di allusioni storiciste derivate dal
repertorio classiceggiante, come Port Grimaud di Spoery.
Come lo stesso Caniggia scrisse in un libro dal titolo eloquente, la sua
voleva essere un’architettura “moderna non moderna”.
Ma un’opera di architettura, anche in periodi critici come il nostro,
resta pur sempre un oggetto nel territorio, ad occupare uno spazio, a
parlarci di sé e a confrontarsi con il contesto per un tempo molto
più lungo della stagione in cui è stato concepito. Quindi
possiamo anche provare a scordare i presupposti teorici, e chiederci semplicemente:
quelle case lì, così come sono oggi, che valore estetico
hanno?
Un’opera vernacolare? Forse. Che livello di accettazione ha avuto
presso gli utenti? Soddisfacente. Come invecchia? Certamente bene.
Ma in fin dei conti, si tratta di bella o di brutta architettura?
Per rispondere citerò lo stesso Caniggia, quando commentando un’opera
di Pagano, diceva di lui : “il suo contributo rimane inosservato,
nella sua profonda umanità, nella sua pacatezza, nella tranquilla
misura delle aperture e dei volumi. Non strutture inusitate, né
materiali costosi: riuscire a non conquistare lo spettatore, a non assorbire
la sua attenzione o persino la sua simpatia, nell’apparente rinuncia
persino alla polemica: questa è la sua vittoria. Egli scopre la
fondamentale immoralità della tentazione di persuadere, di avvincere:
tutto questo è opposto alla funzione didattica di chi conosce l’impegno
di insegnare, ed è convinto di insegnare il vero.”
Se per Caniggia progettazione era ri-progettazione, riprogettazione è
anche certamente restauro: ed allora vorrei suggerire il nome e la lettura
di un altro architetto romano: Paolo Marconi.
Per comprendere quanto il restauro sia intimamente legato al progetto
basta rileggere il giudizio sugli interventi operati ad un monumento classico
per eccellenza, e notare quanto dalla semplice integrazione di elementi
architettonici all’invenzione di nuove forme, il passo sia breve.
Un passo che, se sapientemente condotto, appare molto meno problematico
ed insidioso di quanto spesso non possa apparire.
“Lo sperone orientale del Colosseo fu eretto spericolatamente da
Raffaele Stern subito dopo il terremoto del 1806, ed è in sostanza
un tamponamento d’emergenza in mattoni che civetta col rudere appena
dissestato, facendo credere che la rovina sia ancora imminente. I blocchi
sono fissati in maniera precipite, le fessure sono ancora –o meglio
lo sembrano- aperte; il raffinato Raffaele Stern ha forse visto Giulio
Rormano a Mantova, ha certamente considerato la finta rovina del ponte
del Palazzo Barberini di berniniana invenzione; ecco un restauro di consolidamento
davvero creativo ed imbevuto di cultura figurativa, emergente dal clima
del rovinismo piranesiano e teso a collocare il Colosseo nel quadro della
cultura del suo tempo.
Anche lo sperone aggiunto dal Valadier ai tempi di Leone XII sul versante
opposto del Colosseo è una bella esercitazione di architettura
contemporanea. Lo sperone del Valadier però non affronta il cimento
del consolidamento del manufatto con la casta risolutezza dello Stern,
limitandosi a tamponare i vani precipiti, ma coglie la rara occasione
di portare a compimento un’esercitazione accademica altrimenti relegata
ai banchi di scuola dell'Accademia di S. Luca; quella di parafrasare con
un materiale e tecniche murarie diverse un partito architettonico difficilmente
ripetibile. Parafrasi, non copia, si badi bene: e lo dimostrano gli stilemi
impiegati, tra cui particolarmente sofisticato il capitello jonico, degno
del migliore Antolini.”
(Paolo Marconi, Arte e cultura della manutenzione dei monumenti, Bari
1984)
Compiendo un percorso analogo e speculare rispetto a Caniggia, per il
quale progetto è riprogettazione del processo tipologico, Marconi
giunge alla progettazione attraverso il restauro; il che gli ha consentito
di confrontarsi con alcuni temi complessi ed attuali di riqualificazione
urbana, come ad esempio la riproposizione delle sponde del Tevere nella
versione ante unità d’Italia, tema di fine anno proposto
al Corso di Restauro Architettonico e Recupero Edilizio, Urbano e Ambientale
all’Università di Roma Tre.
Ed infine una piccola provocazione: riprogettiamo piazza De Ferrari;
ora, che è stata ultimata da poco, per dimostrare che agli errori
si può rimediare, senza attendere che sia l’invecchiamento
a richiederlo.
A qualsiasi sguardo non sfugge che la sistemazione di piazza De Ferrari
sia farraginosa, incerta: un’occasione mancata. Riprogettiamola,
chiediamo a qualcuno di riprogettarla (forse il tema non era facile...);
o almeno, facciamo in modo che quella attuale non appaia come una soluzione
definitiva e soddisfacente.
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LA PROSSIMA RICOSTRUZIONE DEL
VENTRE DI PARIGI
Giulia Carravieri
E’ il secondo caso in poco tempo: dopo le consultazioni pubbliche
a New York per decidere chi avrebbe riprogettato le torri gemelle, anche
Parigi affida alla gente la votazione del progetto vincitore per la riorganizzazione
delle Halles.
Come al di là dell’oceano, non è un’area periferica,
ma il cuore della capitale, il luogo in cui si sovrappongono, nel vero
senso della parola, la stazione della metro più importante della
regione, un centro commerciale in continua espansione, spazi per esposizioni
ed eventi culturali, un parco, e tantissima storia. Sto parlando di quel
rettangolo a cavallo dei quattro arrondissements centrali, che ha visto
succedersi sullo stesso suolo le funzioni più importanti della
città in ogni tempo. Il cimitero degli Innocenti, reso famoso dall’editto
di Saint Cloud, ha preceduto il più grande mercato all’aperto
di Parigi, i padiglioni in ferro descritti da Emile Zola (che con la normativa
vigente non sarebbe più possibile né costruire né
distruggere) e il borgo ipogeo di Chemetov di prossima demolizione.
I motivi e gli attori della risistemazione sono tanti e intrecciati, a
partire dal bisogno di razionalizzare il nodo di interscambio tra metropolitana
e ferrovia regionale, fino all’esigenza di assicurare più
sicurezza sulla rete di trasporto e nelle pertinenze, dalla volontà
del sindaco di lasciare un segno del proprio mandato in un punto che,
pur essendo centrale, rientra nei non-luoghi di Marc Augé, al comitato
dei commercianti che può vantare sulla zona un volume di scambi
doppio rispetto alla media francese. Poi ci sono gli studi internazionali
di architettura selezionati e le strategie messe in atto per vincere la
fase finale del concorso.
Questa è la necessaria premessa alla mostra dei progetti di AJN
(Jean Nouvel), OMA (Rem Koolhaas), Winy Mass (MVRDV) e David Mangin (SEURA)
per il riassetto delle Halles di Parigi.
Lo spazio che la ospita è molto piccolo ma l’importanza dell’evento
è notevole, come dimostra la proroga del termine da fine giugno
all’autunno, e il record di 40.000 spettatori in sei settimane.
Per farvi un idea dei progetti andate su www.projetleshalles.com, vi renderete
conto che non si sta parlando di architettura, o perlomeno non nel senso
classico del termine. Immaginate la sorpresa del comune che pensava di
ricevere dei consigli su come riorganizzare gli spazi e invece si è
ritrovato quattro master plans che prevedono un volume edificato infinitamente
superiore alle indicazioni del concorso e un enorme investimento finanziario
ripartito tra pubblico e privati. Il sindaco non cela di preferire Rem
Koolhaas e le venticinque torri tematiche che sbucano dal sottosuolo e
attraversano il giardino pensile. Contestato per l’alta densità
edificata che intacca il necessario polmone verde, OMA ha accettato di
ridurre l’edificato, paragonando il progetto a una partita a scacchi,
non meno importante qualora si disponga di pochi pezzi.
Jean Nouvel è invece il preferito dai visitatori della mostra e
dei forum su internet, un primato raggiunto anche grazie alle continue
apparizioni in situ al sabato pomeriggio, nel momento di massima affluenza.
Anch’egli accetta di ridurre i volumi di un progetto caratterizzato
da spazi verdi a quote diverse: quello all’altezza dei tetti gode
della vista sul Beaubourg di Renzo Piano, quello intermedio è un
balcone verso la chiesa di Saint-Eustache.
I commercianti invece preferiscono il progetto di Mangin, l’unico
vagamente realizzabile; esso prevede una grande tettoia quadrata come
interfaccia tra il sottosuolo e la luce atmosferica, e la divisione dell’intervento
in fasi per non interrompere i commerci durante la durata del cantiere.
Volutamente trattato ultimo, il progetto di MVRDV non permette di immaginare
come una stratificazione di vetrate ipogee e retro-illuminate possano
diventare negozi e giardini. La sua vetrata policroma orizzontale e i
vasi degli alberi incastonati nel vetro non sono stati capiti e ciò
lo esclude a priori dalla sfida finale, anche se lo studio teorico è
molto articolato.
Ma la cosa più interessante è vedere come pensionati, studenti,
pendolari e commesse appoggiano i gomiti sulle scatole di vetro che proteggono
i modelli ed esprimono preferenze e critiche, propongono quello che avrebbero
fatto al loro posto, commentano le forme e i volumi, e possono per una
volta essere i giudici di un progetto internazion
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Foto
New architectural contexts.
Lorenzo Oliva
Genova, in questo nuovo millennio da poco iniziato, mostra un aspetto
peculiare rivelandosi mano a mano ai suoi cittadini e a chi ha il piacere
di visitarla e viverla: il proprio essere in movimento, in espansione,
e una città viva. Al suo interno, si cela una città nascosta,
quasi impercettibile, indiscutibilmente immobile e caratterialmente degradata.
Questa seconda città, uno spazio dominato da densità edilizia,
necessità di spazi vivibili e di una riqualificazione urbana e
sociale, si mimetizza all’interno del Centro Storico come…un
ghetto.
Riguardo al tema del ghetto, da qualche anno a questa parte, si è
dato avvio ad una ricerca universitaria a vasto raggio che ha coinvolto
tutta Italia e una serie di concorsi contrassegnati da importanti firme
dell’architettura anche internazionale: l’interesse innato
nello spirito scaturito dall’asperità dei vincoli progettuali
insiti nel luogo, ha determinato un’incalzante metamorfosi d’idee
progettuali, a partire da nuovi termini (infill, agopuntura urbana, progettazione
a macchia di leopardo, costruire sul costruito, sostituzione edilizia
) per sfociare in nuove relazioni architettoniche in uno spazio urbano
estremamente difficile e scarsamente modificabile. Relazioni architettoniche
in una scala, quella dell’area del ghetto, soffocante, sono determinati
da uno spazio effettivamente ristretto, chiuso, districato tra i palazzi
che messi in rapporto con il suolo pubblico evidenziano una densità
edilizia precaria, contorta e sovrappopolata. Lo spazio nasce dal confronto
tra i palazzi e la scala urbana in cui sono collocati; estremità
di una dialettica dicotomica e pragmatica che esalta un’ambiguità
di fondo tra vuoti e pieni, abitato e degradato, pubblico e privato, orizzontale
e verticale. La progettazione prevede di creare spazi pubblici, sicuri
e a disposizione di tutti con servizi e infrastrutture idonee per la riqualificazione
dell’area, incrementando senza corrompere la qualità storica
e culturale di tutto il Centro Storico.
Molte sono le esperienze europee ed internazionali inerenti al concetto
del ghetto: nomi come Marco Casamonti, Franz Prati, il giapponese Shuhei
Endo, Van Berkle, lo spagnolo Joseph Linas e l’americano Mikeal
Sorkin hanno lavorato con “strategie diverse” sempre in aree
a rischio, aree in cui le relazioni tra gli edifici e gli spazi fossero
alla base di una nuova metodologia di progettazione.
Marco Casamonti: progetto della nuova scalinata e biblioteca per la facoltà
di Architettura di Genova.
Il progetto nasce con l’ambizione di determinare un nuovo spazio
all’interno di un tessuto urbano fitto vicino alla facoltà
di Architettura di Gardella e un’area di rovine e ruderi.
Attraverso una ricucitura urbana, il progetto prevede di valorizzare gli
elementi importanti dell’area circostante, stradone San’t
Agostino, i ruderi di Santa Sabina, la chiesa di San Donato e il chiostro
di San’t Agostino, con la consapevolezza dell’importanza dell’aspetto
storico del luogo ma anche con uno sguardo verso tutte le architetture
moderne e contemporanee di Genova con le quali interagisce. Gli spazi
e i coni visuali di questo punto strategico riaffiorano con una nuova
progettazione che si mette in opposizione alla verticalità della
facciata di Gardella e con una serie di piano orizzontali incastonati
nel pendio della collina, quasi per non intaccare la geografia del luogo,
si vengono a creare vari affacci su un’area sottostante, creatasi
con la demolizione di un palazzo esistente, una nuova piazza con un museo,
una biblioteca all’interno dei resti di Santa Sabina e un nuovo
chiostro di San’t Agostino.
Joseph Linas: progetto a Barcellona di riqualificazione urbana nelle
Ramblas.
La zona in cui si è operato è all’incrocio di due
strade nelle Ramblas, importanti vie di comunicazione con il mare ma anche
dal punto di vista turistico e commerciale. Si vuole introdurre un nuovo
allineamento per ottenere una nuova qualità dello spazio urbano:
riequilibrare queste due strade significa rivalutare l’incrocio,
il corner come un carattere dominante all’interno del tessuto urbano.
La sostituzione edilizia in questo spazio, in questo punto cruciale, determina
la progettazione di 3 nuovi volumi in stretto rapporto con gli edifici
circostanti in modo che abbiano un rapporto diretto con la strada principale
e quella secondaria: si vuole rivalutare la relazione tra la strada, luogo
pubblico di relazioni e le abitazioni.
Shuhei Endo: frammenti di ricostruzione urbana.
Riesce a governare aree urbane degradate attraverso nuove strategie dentro
un estremismo che determina i luoghi come se fossero frammenti di ricostruzione
urbana. Giocando con il concetto della molteplicità di una bolla
di sapone, da cui prende il nome la Bubbletecture, come la Rooftecture
o la Springtecture inventate da Endo, si scopre come la varietà
della geometria nelle forme naturali si può applicare alla progettazione
di nuove forme che consentono uno studio dettagliato sull’espansione
infinita, la riproducibilità, l’addensamento della semplice
forma canonica. Questa idea nasce dall’addensamento delle abitazioni
della città di Parios nel Sud America, abitazioni costruite per
immigrati, problematiche dal punto di vista sociale e funzionale, ma che
presentano un carattere affascinante in quanto una sussiste sull’altra
e addensamento e molteplicità sono i caratteri meno problematici.
Il mattone, per la città di Parios, come la bolla, per la schiuma
di Endo, determinano una struttura ripetuta all’infinito.
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In vespa al Biscione
Giacomo Cassinelli
Finalmente è calda!
Non rappetta più fastidiosamente come da appena accesa, seconda
e terza vanno bene su di giri accompagnando i tornanti. Unica colonna
sonora della città addormentata, che ora è dei gatti, degli
avvinazzati, dei senza tetto, di chi si sbatte perché sia tutto
in ordine —pronti per ripartire!— domattina; ma soprattutto
tua, tutta tua, per qualche ora ancora.
La vespa sale, il paesaggio cambia, i palazzoni cambiano (si ingrandiscono
e si fanno più fitti); anche l’aria cambia, più fresca,
la cappa lascia il posto a qualche timoroso profumo. E dopo l’ultimo
palazzone eccolo!
Come sono arrivato qua? A volte la vespa ci arriva da sola; io accarezzo
lei e lei accarezza l’asfalto che corre a dieci centimetri dal piede.
La città tutta intera, le luci, la notte, quella strada tortuosa
e questo grosso biscione addormentato che ti accompagna, a lei piace e
io seguo il suo istinto.
Non vi è mai capitato? A me spesso. Credo che sia uno dei modi
migliori per conoscere e capire gli spazi che ci circondano, bisogna entrarci
se vogliamo poi pensarne altri (non uso progettare di proposito). Di giorno
è più difficile, si vedono cose che distraggono e che la
notte cela, tutto è libero immobile e viene voglia di urlare. Urlare,
in faccia al vento che ti fa tremare, quell’animalesco HUOP o quella
canzone che chissà perché di rimbalza in mente.
Il biscione è li, imponente, che tu lo voglia o no c'è e
non si nasconde; basta alzare gli occhi dai tanti scorci fra i palazzi
del centro per vederlo, così distante, ma così strettamente
legato alla città. Esso è testimone di un tentativo di costruire
il paesaggio suburbano in quanto paesaggio e non in quanto suburbe! Di
una volontà di dare un’identità a quello che in molti
altri casi è rimasto come il frutto di una necessità o di
un'intenzione meramente speculativa.
Speculazione che è arrivata, negli anni, a lambire le pendici dell'insediamento
senza alcuna considerazione per la grande fascia verde di rispetto imposta
da Daneri. Il biscione che vediamo ora non è quello degli anni
sessanta ed è difficile giudicare, anche se a posteriori, l'opera
non completa: alcuni dei servizi, che erano stati pensati, sono arrivati
solo dopo negli anni delle lotte sociali.
Daneri è sempre alla ricerca di un certo purismo che persegue con
la mentalità tecnica propria dell'ingegnere; il moderno, quindi,
è un punto di arrivo. La risoluzione formale non è solo
frutto di moderne scelte manieristiche, ma dovuta anche alla sfortunata
orografia del sito che imponeva l'edificabilità di solo un terzo
dell'area, a causa della forte pendenza e del terreno franoso, dei vincoli
ministeriali relativi al forte, del versante nord battuto da venti freddi.
Il progetto prende forma quando, durante un sopraluogo, Fuselli (coordinatore
assieme a Daneri del gruppo di architetti) incontra una squadra di tecnici
che stanno tracciando la linea telefonica mantenendosi sulla stessa quota;
adducendo come motivazioni il fatto di poter lavorare al riparo dei venti,
di faticare meno durante gli spostamenti e di poter godere della migliore
panoramica sul mare! Niente di meglio per Daneri. Il primo progetto vedeva
diversi piccoli insediamenti su tutto il pendio e varie torri per soddisfare
le richieste di alloggi della committenza; situazione che non si sarebbe
distinta da molte altre prive di una logica portante sia architettonica
sia sociale.
Ma non si può, parlando di architettura, fermarsi all'evidente,
seppur superficiale, commento delle ragioni formali o dell'idea di progetto
senza valutare ciò che ogni nostro gesto comporta.
La costruzione di spazi antropizzati sottende sempre una volontà,
un'idea che governa l'atto e che prelude a ciò che poi sarà
il risultato; risultato che non può esimersi dall'essere una scelta,
che sia essa chiara o meno, ma una scelta politica.
La scelta politica di costruire grandi insediamenti di edilizia sovvenzionata
con la stessa attenzione con cui ci si approccia alla villa (senza limiti
ai fondi e alla possibilità di esprimere il proprio estro creativo),
perché le esigenze primarie della villa e della cellula abitativa
in fondo sono le stesse.
La scelta di considerare tutti allo stesso modo, tutti sulla stessa curva
di livello, senza fronte e retro, senza posizioni privilegiate,
Attenzione quindi, l'architettura è anche politica e ogni segno,
anche grossolano, con la matita può voler dire molte cose, se non
altro perché definisce un di qua e un di là.
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